Marlene se ne stava accovacciata a terra, a gambe incrociate, comoda come se i sassi multiformi che aveva sotto il sedere fossero i cuscini più morbidi del mondo. Io ero a due passi da lei, immobile, con lo sguardo perso verso l’orizzonte e le mani in tasca. Ogni tanto si girava verso di me per controllare se avevo cambiato posa. Io per tutta risposta rimanevo immobile, limitandomi a far tintinnare, mescolandole svogliatamente con le mani, le poche monete che avevo sparse in entrambe le tasche. Era da più di un anno che mio padre aveva venduto la barca e mi ero disabituato all’odore della salsedine. Specie quello aspro e rinfrancante del primo mattino. Ero felice di stare lì a riassaporarlo dopo tanto tempo. Era lo stesso odore che avevano le uscite che io e mio padre eravamo soliti fare settimanalmente, già al primo sbocciare dell’estate. Giugno non era ancora arrivato e le spiagge erano scarne, pochi ombrelloni, pochissime persone. Il primo mattino poteva ancora avere momenti di assoluto silenzio, rotto sporadicamente solo dal lamento pigro dei gabbiani.
Marlene sbuffò con insofferenza, ma si capiva che fingeva, in realtà era nella sua più totale beatitudine di piccola donna di appena vent’anni, senza un lavoro fisso e piena di idee colorate per la testa. Prese un sasso a caso e lo scagliò lontano avanti a sé, senza mirare a nulla. Il sasso cadde a ridosso della riva e rotolò fin dentro i primi centimetri d’acqua, rovinandone l’immobilità con un breve disegno di piccoli spruzzi.
“ Non ho abbastanza forza per arrivare dall’altra parte del mare ”, disse Marlene delusa.
Io sorrisi silenziosamente, senza che lei mi vedesse.
“ Probabilmente neanche l’uomo più forzuto dell’universo ci riuscirebbe ” la consolai.
Marlene si voltò verso di me, con aria interrogativa. Sbuffò di nuovo e scelse veloce un altro sasso, stavolta più grosso e ben levigato, quasi perfettamente tondeggiante. Lo strinse nel pugno, fiera, e mi guardò con faccia di sfida.
“ Vuoi scommettere che appena spunta il sole lo prendo in pieno al primo colpo con questo qui? ” disse, e il suo naso all’insù mi parve ancor più all’insù.
“ Che ci giochiamo? ” le domandai accogliendo la sfida.
“ La colazione ”
“ Mm… posta troppo piccola per i miei gusti ”
“ Allora ci mettiamo anche il pranzo ”
Risi, e mi accovacciai accanto a lei, stringendomi le mani alle ginocchia.
“ Ti interessa solo di mangiare? ”
“ Era così, tanto per giocarsi qualcosa ”
“ D’accordo, ma l’impresa è ardua, e la posta dovrebbe essere all’altezza, pensi che sia una cosa da poco beccare il sole con un sasso al primo colpo? ”
“ No, ma siccome sono sicura di farcela e siccome ti voglio bene non voglio farti perdere più di tanto ”
“ Sono disposto a rischiare ”
“ Allora decidila tu la posta ” mi esortò sfacciatamente.
Mi guardai i piedi, per pensarci su, e proprio in quel momento, sul lungomare alle nostre spalle, sfrecciò una macchina sportiva a tutta velocità. Dai finestrini aperti usciva musica da discoteca a un volume insopportabile, distorto in modo disgustoso dall’attrito dell’aria. Mi voltai di scatto, ma non feci in tempo a vedere neanche di che colore fosse la macchina. Marlene non si lasciò distrarre, non fece una mossa. Aspettava il sole col mento appoggiato su un ginocchio.
Le sfiorai una ciocca di capelli con due dita.
“ Se non ci prendi, da oggi in poi non ci vedremo più ” dissi.
Marlene si girò verso di me, come un ventaglio che si apre, mostrandomi un sorriso che non le avevo mai visto così largo.
“ Stupido, e se poi non ci prendo davvero? ”
Feci una spalluccia e inarcai le sopracciglia.
“ Vorrà dire che non eri così sicura di farcela come hai detto, e che non ci vedremo più ”
La bocca le si restrinse e il sorriso largo svanì all’istante.
“ Guarda che ho una mira infallibile ” disse in tono offeso, con gli occhi bassi.
“ Allora scommetti ”
“ E va bene ci sto! L’hai voluto tu, ma se poi ci prendo? ”
“ Continueremo a vederci ” le dissi con scioltezza, ostentando l’ovvietà della risposta.
“ Eh no caro mio, non basta, voglio qualcosa in più! Sono io che lancio il sasso, sono io che rischio di più, tu starai solo a guardare come va a finire! ” mi rispose guerresca, puntando decisa gli occhi sui miei.
Dovetti pensarci un paio di secondi prima di ribattere, in fondo non aveva tutti i torti. Avremmo potuto perdere entrambi, ma solo grazie a lei, guadagnarci entrambi. Dipendeva tutto dalla sua mira.
“ Se ci prendi ti comprerò un aquilone ” dissi alla fine, sghignazzando.
“ Un aquilone?! E che me ne faccio di un aquilone? ”
“ Ti ci diverti la domenica quando c’è vento ”
“ Io non voglio un aquilone, voglio un bambino ”
A primo impatto non diedi peso a quelle parole. Mi venne naturale essere ragionevole, risponderle secondo la prima logica che mi venne in mente.
“ Ma i bambini non si possono mica vincere per scommessa, si fanno con l’amore ” dissi.
“ Appunto ”
“ Appunto un corno, abbiamo appena fatto una scommessa e tu mi dici che vuoi un bambino!? ”
“ Hai paura di perdere? ”
Mi resi conto che forse non stava scherzando, e le idee mi si confusero di botto. Presi un sasso a caso e mi rialzai in piedi. Lo scagliai con forza verso l’orizzonte, il sasso disegnò una lunga parabola, superò addirittura la prima secca e penetrò nell’acqua lasciando sopra di sé pochi schizzi leggeri.
“ Se dovessi essere io a lanciare non avrei paura di perdere ” le dissi senza riuscire a trattenere una certa presunzione.
“ Ah sì? Allora scommetti, ma se poi perdi mi darai un bambino ”
Mi portai le mani ai fianchi e abbassai il capo, respirando profondamente. La piega che aveva preso quel giochetto improvvisato mi stava innervosendo. Il chiarore dell’alba cominciava a riempire il cielo, sulla linea tremula dell’orizzonte il disco del sole stava per spuntare in tutta la sua interezza.
“Allora? ” incalzò Marlene.
“ Sei troppo giovane per avere un bambino ” provai a spiegarle.
“ E chi l’ha detto? ”
“ Lo dico io ”
“ Tu cosa ne sai, non sei mica una donna ”
“ Questo non mi impedisce di dire che sei troppo giovane per aver un bambino ”
Marlene non ribatté, abbasso lo sguardo, offesa, come se gli avessi rivelato la più triste delle verità. Mi fece una tenerezza insopportabile e istintivamente mi chinai su di lei per accarezzarle una guancia col dorso della mano. Lei si scansò con una mossa indispettita ed io mi ritrassi, restando in piedi, accanto a lei.
“Marlene” dissi allora col tono più dolce che potevo “ non hai neppure vent’anni, non sai ancora cosa fare di te e della tua vita, io ne ho appena cinque più di te e ti assicuro che il lavoro alle poste non è né fisso né redditizio, mi dici tu come faremo a mantenere un bambino? Non puoi sceglierti un altro premio più semplice e ne riparliamo tra qualche anno? ”
Marlene sollevò lo sguardo verso di me, con gli occhi grandi come i suoi pensieri. Un’unica lacrima, ruvida e sottile, le solcava la pelle lattea della guancia.
“ Tu non mi vuoi bene ” disse severa, quasi con rabbia.
“ Certo che te ne voglio ”
“ Però non mi ami ”
Affondai una mano tra i sassi, e strinsi i denti per contenere la tensione che mi suscitarono quelle ultime parole, troppo gravi per i miei gusti.
“ Marlene, io non so neppure che cos’è l’amore, nessuno di noi due sa che cos’è l’amore, abbiamo fatto questo discorso un milione di volte. Io e te stiamo bene quando stiamo insieme, non è abbastanza? ”
“ Sì che è abbastanza, ma dopo un po’ uno vuole saperle certe cose ”
“ Sai benissimo che non è ancora il momento, e poi non mi va di tirare fuori ancora una volta quello che hai combinato solo sei mesi fa, devi avere pazienza, te l’ho detto un milione di volte ”
“ Scusa ” mi disse più mite di un agnello sacrificale, ben sapendo quanto avevo penato per tirarla fuori dai suoi giri loschi pieni di squali sconosciuti e falsi profeti.
“ E non mi va neppure che tu mi chieda scusa, Marlene. E poi adesso basta, la facciamo o no questa scommessa? Guarda che il sole sta spuntando e tra poco si staccherà dall’orizzonte. Dai, decidi cosa vuoi se vinci te ”
Un nuovo, largo sorriso le si aprì sul viso.
“ Voglio un bambino ”
Lasciai che le braccia mi crollassero lungo i fianchi.
“ Scommettiamo che ci becco? Mi basta un solo tentativo” insistette.
“ E va bene, scegli tu il momento migliore per tirare ” le dissi alla fine assecondandola, rassegnato.
Marlene si alzò in piedi pimpante, saltellando con gli occhi lucidi rivolti al sole, che si era finalmente levato sopra l’orizzonte in tutto il suo roseo splendore. Mi accorsi che a qualche metro da noi, un uomo immerso nell’acqua fino alle cosce, probabilmente un pescatore di vongole, camminava lentamente verso la riva. Marlene puntò lo sguardo verso il sole, concentrata, stringendo il suo sasso dentro il pugno chiuso della mano. Caricò il braccio all’indietro con tutto lo slancio che aveva in corpo e lo lasciò scattare in avanti come una magra catapulta di carne, pallida e ossuta.
Avrei voluto dirle di stare attenta, ché magari poteva prendere in pieno il pescatore, invece non feci in tempo a sputare fuori neanche il più gutturale dei versi, perché un groppo di tristezza perfettamente cosciente mi otturò la gola. Vidi il sasso di Marlene partire altissimo, tracciare una curva ampia e lenta, diretto verso l’orizzonte. La luce dell’alba, ormai esplosa nel suo bagliore accecante, cancellò il sasso dalla mia vista e riuscii solo a vederne l’ombra sovrapporsi al disco del sole per un istante, poi dovetti coprirmi gli occhi per evitare che lacrimassero. Marlene cominciò a saltare e a dimenarsi di gioia, come una pazza tarantolata.
“L’ho beccato! L’ho beccato!” urlava con la sua voce piena d’innocenza perfettamente incosciente. Non era mai stata così bella e leggera.
Mi voltai e m’incamminai per la spiaggia.
“ Signorina stia tranquilla, non mi ha beccato, ma per un pelo! Mi è passato sopra ed è caduto qui, a un metro da me! ” sentii dire al pescatore di vongole, che aggiunse una grassa risata piena di indulgenza.
Allungai il passo veloce, alzando lo sguardo con rabbia verso gli alberghi a quattro stelle, verso gli stabilimenti balneari, verso i campi da beach-volley e le sdraie multicolore, verso quei luoghi sempre più stretti e ammucchiati dove la gente accorreva da ogni parte per passare una nuova giornata di ferie, fatta di grida, gelati, altoparlanti che vomitano spot pubblicitari, creme abbronzanti, gavettoni, costumi alla moda e inesorabili registratori di cassa che incassavano gli stipendi di un anno in cambio di una felicità effimera e coatta.
Sentii la voce di Marlene allontanarsi. Le sue grida di giubilo farsi sempre più deboli, sovrastate dallo sciacquio delle onde e dal lamento pigro dei gabbiani che il vento del nuovo giorno aveva ormai cominciato a spargere. Quel giorno è stata l’ultima volta che ho fatto una scommessa con qualcuno.